Notte, fammi dormire

Stavo pensando che è stato davvero un balzo rapido quello dall’essere giovane, studente, con zero aspettative esterne alle spalle, che non deve dare importanza alla scelta scolastica che ha fatto perchè ha tutto il tempo del mondo, al diventare adulto, con l’aspettativa (sempre esterna) di iniziare a costruire qualcosa all’interno dei binari societari: trovare un lavoro nuovo nel quale restare per i prossimi 20-30 o, perchè no, 40 anni, prendere un appartamento, andare a convivere, poi magari sposarmi, avere dei figli e così via. Insomma, sistemarmi.
Tutto ciò cozza pesantemente con ciò che io vedo, voglio e mi aspetto dalla vita e dal futuro; totalmente o quasi. Vedendo la società, il binario entro il quale racchiudiamo le nostre aspettative per il futuro, sempre basate sul ricordo di cosa c’è stato, su una specie di consuetudine, tutto ha praticamente zero appeal.

Ma è possibile che la prospettiva della nostra vita da quando nasciamo sia solo questa? Chiudersi in un ufficio (se fortunati) per 8+ ore al giorno per riuscire a pagare il necessario per sopravvivere. Un tale, Vissaeus, quando gli venne esposto il funzionamento del sistema economico/sociale della nostra civiltà disse “Non capisco. Non capisco perchè si debba pagare per vivere sul pianeta dove si è nati.”
Ma non è solo questo, non è solo che il solo concetto del “vivere per lavorare” mi puzzi di commercio triangolare, non è solo che il matrimonio come è stato concepito e portato avanti nei secoli è, per quel che mi riguarda, una castrazione, come il 90% delle attività della società. E’ che il nostro mondo io non lo vedo così da qui a 5 anni, o da qui a 10, o da qui a 60. Io lo vedo completamente diverso ma non so come cambiarlo. Il nostro sistema di credenze (non parlo solo di religione, parlo di società, gerarchizzazione, prospettive, schemi in generale) va abbattuto per gettar le basi a qualcosa di completamente differente. Non voglio riportare tutto al “come combinare a fare soldi” quando il futuro che vedo è un futuro senza denaro. Non voglio riportare tutto all’essere una società fondata sul lavoro, quando voglio che il lavoro non sia una schiavitù ma il piacere di mettere qualcosa che si sa fare bene al servizio della società e della crescita ed evoluzione del nostro genere. Non voglio pensare che il ciclo della nostra vita debba essere una continua ricerca di accumulare cose che non potremo mai goderci, di seguire un percorso prestabilito che in realtà sembra solo una maschera per un compiacimento che è solo biologico, che non ha della creatività nè della coscienza, che non ha un’evoluzione ma un trascinamento attraverso una strada che, anche se prima forse era di terra battuta e ora è di cemento, sempre una strada è, sempre lì porta. Ogni spronata a proseguire in quella direzione mi sembra un invito ad entrare in un vicolo cieco, in una gabbia.

Dall’altra parte non so neanche da dove cominciare per esercitare veri cambiamenti, tangibili, alla mia vita e a quella degli altri. Non so cosa mi piacerebbe fare, o meglio ci sono cose che mi piacerebbe fare ma non sono definite e non sono retribuite (e neanche mi interessa lo siano, ma sembra assurdo raccontarle agli altri se sono “gratis”, esse diventano solo hobby). Sono un pendolo in continua oscillazione. Nutro la mia testa con informazioni che non mi avvicinano a una scelta e che in più mi allontanano dagli altri, quando vorrei creare un’unione che porti a un mondo e un futuro diverso; io questo mondo e questo futuro lo ho trovato nel mio studio, ma le nozioni non sono una scintilla emotiva valida per tutti.

C’è un altro pensiero che mi ha trapanato il cervello, e magari scriverlo mi farà finalmente dormire: il fatto di non riuscire a giustificare tutti per la bontà che c’è in loro, di non riuscire a passare oltre all’azione e guardare solo la condivisione di quella coscienza unica che, in realtà, ci rende parte della stessa grande famiglia. La cosa che mi turba non è il fatto di non riuscire a farlo ma il fatto che mi riesca di farlo solo con alcune persone. E trovo difficile fare un collegamento materiale tra come siano queste persone: alcune sono miei parenti, altre sono amici, altre sono persone che ho conosciuto mille anni fa e che non ho mai più sentito, o che magari non ho neanche mai visto, altri sono persone con le quali ho avuto rapporti per, boh, 1 mese o anche poche ore. Con loro sono riuscito ad immedesimarmi subito: non dico di sapere cosa pensano, nè cosa gli piaccia, ma qualunque cosa facciano non la giudico, vedo il bene, la motivazione, l’essere che si sperimenta e cerca di migliorare, spesso non sapendo di starlo facendo. I loro difetti e problemi, le cose negative che fanno o dicono, i loro anche comportamenti che mi escludono, cancellano, mettono da parte o che, al contrario, mi tengono vicino anche senza avere niente di cambio neanche a livello di attenzione; tutte queste cose non mi fanno esprimere nessun giudizio, come se le facessi io. Se io faccio una cosa buona o una cosa cattiva non cambia l’opinione che ho di me: mi giustifico, mi perdono, vedo la cosa come un evento ma non come la manifestazione di ciò che sono (es. mi son comportato da stronzo ma non sono stronzo), continuo a vedere il me come il buono, continuo a vedere quel difetto cutaneo come un problema che passerà e non dà alcun fastidio. Così riesco a vedere loro, persone con cui si è creato un legame immediato, basato su niente di tangibile. Poi ci sono gli altri, persone che magari conosco anche bene e da tanto, alcuni compagni di giochi, alcuni amici fidati, ai quali non riesco ad applicare gli stessi criteri. Cioè, se ci penso intensamente, vedo che in fondo c’è il bene, o magari so che c’è, ma giudico le loro azioni e a volte le estendo anche alla persona. Se uno di loro mette zizzania giudico la cosa come negativa, non la riesco a vedere come una cosa, un evento senza allineamento; se uno ferisce qualcuno in qualche modo, non riesco a non considerare l’azione come negativa, quando invece è sempre e solo un’azione, ha entrambi i poli e nessun polo. Per alcuni mi viene naturale, per altri no. Invece vorrei riuscire ad avere uno sguardo da osservatore neutrale in entrambi i casi.

Vorrei scrollarmi di dosso questi panni bagnati e sentirmi come quando, a mezzo giorno, mi affaccio alla finestra a cui Roy si sta già agitando e vedo Met aprire il cancelletto, l’odore di pasta appena scolata e un bel sole ad illuminare il giardino. Sentirmi parte dell’ingranaggio, felice e sereno di essere al posto giusto, soddisfatto di aver prodotto qualcosa di utile e venendo ripagato dalla luce, dal calore della giornata, da due chiacchere con mio fratello.

One Comment

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *