Nebbia a Pordenone, di sera

Già durante la passeggiata con Roy sentivo una certa umidità esplorare regioni inaspettate del mio volto, priva di cause direttamente corporali. Vicino alla Vallada si poteva scorgere forse una leggera bruma, un vapore alzarsi dai lati della strada, reazione naturale in prossimità del laghetto. Eppure, poche ore dopo, questa fredda gelatina aveva ormai ricoperto tutto, applicando alla realtà un surreale filtro blur.

Non so per quale motivo la nebbia abbia conquistato un posto speciale nel mio cuore, come essa riesca a sollecitare qualche parte di me e mi metta a mio agio. E’ come se essa rallentasse il tempo o ne cambiasse le dinamiche stesse, come se tutti vivessero un semi-isolamento forzato e ogni contatto con le altre persone, nelle loro automobili o appiedate, fosse smorzato, un rimbalzo tra due diverse bolle di sapone.

E la luce, la luce viene sezionata, sminuzzata in tante piccole particelle, alterna il suo moto, trasforma la propria forma ma rimane, comunque, immobile a modo suo. I lampioni, macchie confuse dalle diverse sfumature, mutano con l’approssimarsi dell’osservatore il loro bagliore, lo tagliano in fasci solidi trasportati dal vapore, raggi che trapelano attraverso i rami di una foresta non sempre manifesta.

Mentre procedo tra questi bagliori lontani, sulle strade deserte di una città paralizzata, avverto la magia della nebbia, un’aura incantata che risveglia antichi legami, vite passate e parallele, un’aria malinconica e felice insieme. La foschia alterna in me il timore e la speranza di infinite possibilità che possono emergere dal suo corpo vaporoso, la consapevolezza che il metro successivo sia una variabile, che la sua realtà si manifesterà solo quando sarà raggiunto.

E questa creazione potrebbe cambiare tutto.

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