Il mondo dei sogni

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Ho sempre avuto un rapporto molto intenso con i sogni.
Intendo i sogni in senso lato, quelli fatti di notte, quelli fatti di giorno, quelli tradotti in desideri e obiettivi.

Una buona metà dei miei ricordi di bambino sono avvolti in uno stato onirico: si tratta di cose che ho immaginato, o penso di aver immaginato, di eventi realmente accaduti ma come ovattati, con un campo visivo ridotto, con particolari ingigantiti e messi molto più a fuoco di quanto possibile ad occhio nudo. Un po’ come nella scena di Slevin in cui lui e Lucy Liu si parlano all’orecchio, con flashate bruciacchiate ai bordi del frame.

Mi ricordo sogni fatti molti anni fa, cose immaginate molti anni fa, parte della mia esperienza stessa, come eventi realmente accaduti. E’ come se la mia vita fosse divisa in tante vite, ognuna vive nel mondo creato in un sogno diverso, una realtà diversa in cui c’è una coerenza, una collana di sogni che si sviluppa negli anni. Sono come finestre su diversi messaggi e diverse esistenze. Ma tutte insieme formano ciò che mi porto dentro come bagaglio e background e il fatto che siano avvenute mentre dormivo o ero in autopilota non le rende meno reali. Anzi, a volte sento che quelle situazioni rappresentino ciò che sono più di molte di quelle che vivo, come se la loro complessità fosse più intima, più veritiera, più rappresentativa appunto.

Ma mentre i sogni che vivo di notte restano confinati dentro la mia notte (e spesso mattinata), c’è una gamma enorme di sogni che avvengono mentre sono sveglio. Come un computer dotato di più monitor su cui si trova un desktop espanso e varie applicazioni divise e sempre visibili, il mio cervello mi fa vivere e vedere molte situazioni in contemporanea, soprattutto quando mi sto rilassando o riposando. Inizio ad essere un martelletto da macchina da scrivere che deve ingegnarsi di agire come una chiave, svelando i misteri di un labirinto in un bianco e nero non puro, ma con una punta di colore giallastro, che cerca di muovere un chiavistello, spostando mattoncini lego. Oppure sono il tamburello di una cucitrice che spinge file di puntine in un dedalo di corsie e binari. E mentre ciò accade, i miei occhi stanno guardando i Griffin sulla Fox.
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La musica che ascolto in macchina mi apre nuovi scenari, nuovi mondi, nuove situazioni che vivo tramite le note di una composizione post rock oppure esisto nelle vite dei personaggi di De André, e faccio esperienza di ciò che loro provano, delle loro sofferenze, dei loro paesaggi, delle loro passioni, della loro tenerezza. E loro sono tutti parte di me, come maschere che si posano simultaneamente sul mio volto.

E a volte è davvero difficile riuscire a mantenere le facce in ordine soprattutto quando una forza dentro di te vorrebbe poter parlare senza freno, o stare zitta senza vergogna, vorrebbe lasciar scivolare tutte le cose che passano per la mente senza esser giudicata, senza spaventare, senza dover spendere un sacco di energia nel mostrare la persona giusta per quella situazione.

Mi ricordo tanti anni fa quando partecipai alla mia seconda lan, a Porto Sant’Elpidio. Per la prima volta fui davvero cosciente di cosa ciò significasse per me: il mio mondo erano i videogiochi e nessuno attorno a me, che io conoscessi, faceva parte di quel mondo, non come me o con la mia intensità o i miei obiettivi. Ed essere lì, in mezzo a tutta gente della mia razza, anche solo per un weekend, anche se molti di loro indossavano una maschera, percepii cosa significava stare con chi aveva le stesse passioni.

E ora, che le mie passioni sono molto cambiate, che la mia visione della vita, la mia attenzione e il mio pensiero è cambiato, voglio trovare un posto dove essere ciò che mi pare o mi sento di essere, in ogni momento, senza inibizioni nell’esprimere ciò che mi passa per la testa o per lo stomaco. Senza dover pensare a ciò che dico, a come lo dico, senza usare energia per stabilire una strategia di comunicazione, leggere i segni nei messaggi degli altri, solo essere senza filtri. E non so neanche io come sarei così. Ci sono persone con cui riesco ad esserlo, magari solo in alcuni ambiti, ma in quei momenti è davvero liberatorio, leggero. E forse ciò è possibile proprio per la tipologia di rapporto, per la mancanza di una faccia.
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Come dev’essere essere 100% sé stessi senza alcun filtro, guardando un altro negli occhi senza doversi misurare? Potendo condividere tutto, video, canzoni, pensieri, immagini, emozioni, silenzi? Poter passare tutto nella mente dell’altro, essere partecipi nel tempo di un flash, uno scintillio di elettricità da una ciabatta difettosa, comprendersi, capirsi, sentirsi, essere un tutt’uno per davvero, e in un solo attimo sapere che va bene, che è tutto perfettamente apposto per quanto diversi siano i sistemi di credenza a cui ci affidiamo, la visione del mondo, i sentimenti, le passioni e le emozioni, i bisogni e le fissazioni. Condividersi completamente senza alcuna vergogna, senza giudizio, solamente essendo.

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