Istantanee dentro me

rain

Salgo in macchina, la via poco illuminata, le luci della strada principale di un azzurro elettrico illuminano il muro dello stadio.
La pioggia ha trasformato il vetro in una piastrella di sassolini trasparenti che si sciolgono, scivolano verso il basso, lasciano dietro di sé parte del loro patrimonio, si allargano a inglobare i compagni più lenti, si sparpagliano colpiti da nuovi arrivati.

Un po’ come al mattino, sento di dover aspettare, stare fermo, assaporare il momento, sentire il mio corpo riattivarsi, le gocce ticchettare, unico rumore che riesce a farsi strada attraverso le note dei Mogwai.
Mi ascolto, percepisco le gambe stanche, scariche. Lascio che passi qualche minuto, rimetto la canzone da capo e parto.

Negli ultimi giorni mi trovo spesso in questa situazione: mettere musiche..empatiche? Emotive? Canzoni che creano un’atmosfera dove i lampioni propagano una luce circolare di gelatina che si scontra con la nebbia, i fasci luminosi si fanno strada tra le foglie degli alberi, mi descrivono, illuminano piccoli angoli, attivano un interruttore. E subito è una turbolenza, un crescendo, un’espansione. Il mio stomaco si agita, fa corrente che circola in senso antiorario, leva il respiro e crea un nodo sotto lo sterno.
Come se si facesse allo stesso tempo più pesante e più rarefatta, la mia pancia si vaporizza, una bruma tra il rosso e il bianco, sfocata come l’aria dentro il bagno quando fai una doccia troppo calda e troppo lunga.

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E mi sorprendo a trovarmi nel vuoto dei pensieri: non sono formulati, sono sensazioni che mi comunicano molto di più, molto più intimamente. Una conversazione tra me e me, tra me e la strada, tra me e il campo che la costeggia, tra me e il vapore che appanna il vetro, tra me e il cielo che scruto vicino alla base, tra me e le montagne alle mie spalle, dalle cime coperte dalle nuvole come fossero quadri cinesi con delle cascate che scrosciano in un cielo buio attraverso il quale riesco a vedere, una conversazione tra me e l’Universo, che sono io.

L’azzeramento della mente, le navi immaginarie sopra Glasgow, una scena che vivo senza paure, senza emozioni, per quello che è. Ciò che sento non ha bisogno di prendere forma di parola, non ha bisogno che il mio cervello lo processi, ha solo bisogno di scorrere, di attraversarmi, di lasciare i suoi residui in me.

E alla fine, in quel posto di cui parla la canzone, mi ci son portato da me.

La canzone dopo ha un testo, è cantata, non ha atmosfera. Lascio l’ipod fluire, un suono in sottofondo. Il mio focus è posto su una strada che scorre, scorci di pietre luminose e bagnate, curve pittoresche, lampioni che vogliono dare al mondo, nella durata del loro turno di lavoro, nella loro notte, la visione e il colore loro che decidono. E le sensazioni annesse a quella luce: un giallo caldo da governo Estense, un blu elettrico che richiama a una Luna artificiale, una comunicazione segreta tra file di lumi, una battaglia in codice tra visioni della stessa città.

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Dopotutto, quel posto speciale è in me: è nella mia camera che mi fa sentire coccolato come fosse sempre Natale e io avessi una coperta pesante sotto la quale nascondermi; la luce arancione di salgemma illumina la parete rosso veneziano col caldo colore di una candela, il buio agli angoli della stanza non fa paura, anch’esso mi osserva e mi abbraccia.

Quel posto speciale è in me perché ciò che mi circonda comunica con me, ciò che mi circonda è com’è perché io sono come sono, ciò che mi circonda sono io stesso. E ora posso percepire attraverso la sua pelle, respirare attraverso i suoi pori, emozionarmi nel suo petto.

La musica mi ha avvolto, mi ha isolato con me stesso, e ho scoperto che io stesso sono il tutto.

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