Secondo capitolo di qualcosa che non vedrà la luce

L’anno scorso avevo iniziato a scrivere qualcosa che fosse più organico e lungo rispetto a un articolo su un blog.
Purtroppo ogni volta sento l’ispirazione verso il soggetto scelto mutare, perché sono io stesso a cambiare in interessi, focus, compiti auto-assegnati. Però questo secondo capitolo mi piace e mi dispiaceva che sarebbe rimasto nel portatile fino alla sua morte. Così, eccolo qua.

Il soffitto, ormai avrebbe potuto mappare ogni singola imperfezione della verniciatura. Era sveglia da più di diciannove ore eppure gli occhi non volevano saperne di dormire.
“Proprio oggi che devo svegliarmi presto, dannazione!”
Le coperte iniziavano a soffocarla, seppur non fosse una notte particolarmente calda. La schiena iniziava a dolerle e non riusciva a trovare una posizione comoda. Con l’arrivo delle tenebre il suo corpo aveva deciso che era il momento di comunicare tutto lo stress e la fatica accumulata durante la giornata, liberando una serie interminabile di fastidi.
Eppure non era quello a tenerla sveglia, o meglio, non ne era la causa principale.
Era la sua testa a darle filo da torcere. Non voleva tacere, continuava a vomitare pensieri, immagini, ricordi. E ognuno di questi ricordi scivolava giù dalla testa, passava per la bocca che si stava impastando ancora una volta e scendeva giù, a scavare in uno spazio subito sotto lo sterno; si trattava di uno spazio che non esisteva nei libri di anatomia delle superiori né, ne era sicura, sui grandi poster che il fisioterapista teneva appesi alle pareti della sala massaggi. Era uno spazio subdolo, una piccola conca nascosta poco sopra lo stomaco che di sera, come per magia, veniva attivata da visioni di un tempo, occasioni lasciate ad aspettare, occhi mai più rivisti. Una volta attivato, questo piccolo spazio decideva che era il momento di farsi sentire, di scavare un vuoto che, se non era fisico, ne aveva tutte le sembianze. Un rimescolio nelle viscere, una pulsazione che in certi momenti quasi le levava il fiato, e formava come delle bolle che salivano fino alla gola e risucchiavano quel poco di saliva rimasta dopo che aveva enunciato mentalmente ogni singolo pensiero.
I suoi occhi andarono a controllare la scrivania in parte al letto, nella speranza di aver fatto male i calcoli, di aver lasciato ancora un pò d’acqua nella bottiglia.
Sbuffò – Naturalmente! – La bottiglia la guardava triste e vuota come la pelle di un rettile dopo la muta – Questa notte non mi vuol proprio lasciare dormire.
Decise di alzarsi, e che scelta aveva. Uscì dalla sua stanza e raggiunse il bagno, si chinò sul lavandino e lasciò che quel fresco liquido incolore le riempisse la guancia sinistra prima permettere all’acqua di scendere giù, con tre deglutizioni, e darle quell’apparente stato dissetato.

girl

Fatto ciò si voltò, riattraversò il breve corridoio, cercando di non svegliare la mamma e il fratello, e si rinfilò in camera.
Una volta a letto la calma nelle sue viscere non durò più di dieci secondi. Ma non era la stessa causa di prima a lavorarle la bocca dello stomaco. Un pensiero estraneo, seppur portato da una voce familiare, la sua, si fece spazio nella sua testa. Voleva alzarsi. Cercò di respingere il pensiero
– Sono le tre e mezza del mattino, non andrò da nessuna parte. – ma una furtiva corda legata al suo stomaco inizio a dare piccole tirate, come ad invitarla ad alzarsi.
– Aaaah, e va bene! – borbottò tra sé e sé, cacciando il silenzio dalla sua stanza – Tanto qui non dormo di certo.
Si alzò, mise al volo i pantaloni della tuta che giacevano piegati sulla sedia della scrivania e si gettò giù dalle scale. La scalinata in legno faceva una curva a U prima di guidare il passo di fronte all’ingresso della villetta a schiera nella quale viveva da quasi quindici anni. Appena raggiunto il piano terra un forte odore di vernice le invase il naso. Era da un paio di settimane che andavano avanti dei lavori di ristrutturazione e pittura del pianterreno e sapeva che, nel giro di un paio di giorni, anche la sua camera sarebbe stata messa a soqquadro. Vicino all’ingresso giacevano le pantofole, una specie di sandalo sportivo in gomma blu scura che avevano ben poco di femminile ma anzi ricordavano di più delle ciabatte da doccia. Le infilò senza mani, si buttò la felpa del fratello, lasciata in giro per casa dopo il suo ritorno dall’allenamento, e uscì in giardino. Non si trattava di un prato grande e maestoso ma più di un piccolo pezzo di terra di qualche decina di metri che sua madre aveva reso una piccola opera d’arte, creando con fantasia qualche aiuola coperta di corteccia nella quale confinare fiori e piante aromatiche. Il giardino era solcato da un piccolo sentierino a plotte di legno che collegavano la porta d’ingresso al cancelletto. Superato il cancelletto c’era la strada, una piccola strada privata dalla quale, dopo una svolta ad angolo retto, si raggiungeva la via che dava il nome all’intero quartiere, via Giordano Bruno.

cielo

Non appena raggiunse il marciapiede sentì l’incontenibile spinta a guardare verso il cielo; l’aveva sempre affascinata il cielo stellato, era come se le scavasse dentro. Lo trovava maestoso, con un colore blu scuro quasi nero che era pieno e copriva come inchiostro tutta la volta celeste. Eppure quell’enorme foglio doveva essere stato davvero molto poroso perché l’inchiostro, una tempera così avviluppante e dominante, non era riuscito a non lasciare piccole oasi colorate; le stelle erano brillanti e, seppur piccole, lasciavano intravvedere colori diversi: alcune tendevano al blu, altre al giallo, altre ancora al verde e al rosso. Era straordinario come un punto così piccolo e così luminoso potesse comunque riuscire a comunicare il proprio più intimo colore, quasi fosse un biglietto da visita, una necessità di manifestare la propria unicità in un insieme sterminato, incalcolabile.
Il cielo l’aveva sempre attratta, in particolare quello notturno. La notte, lo aveva sempre pensato, risveglia lati nascosti nell’essere umano, toglie il velo su emozioni, su istinti, su pensieri che si vergognano di uscire alla luce del sole. Adorava la sensazione che il cielo notturno le trasmetteva, si sentiva più che mai parte del mondo e della natura, si sentiva insieme piccolissima, dispersa a un angolo di una galassia periferica, e allo stesso tempo in comunicazione con tutto, in grado di spostare le montagne se solo avesse voluto. Era sempre stata una figlia della notte, una sposa delle emozioni nascoste, e quel vuoto che le si era scavato nelle viscere qualche minuto prima era il suo pane quotidiano; per quanto la facesse sentire strana, malinconica forse, e le levasse il respiro, quel vuoto la faceva stare in contatto con sè stessa, le portava sensazioni che di giorno non riusciva a provare.
La scuola, il breve periodo lavorativo, la quotidianità sociale avevano cercato in tutti i modi di allontanarla dalla notte, sulla scia di un’idea, un concetto di normalità che vedeva la notte solo per dormire e il giorno per essere operosi. Per lei non si trattava di giusto o sbagliato ma solo di cosa funzionasse per lei e quella notte il suo corpo e il suo spirito si erano alleati per ricordarle quale fosse il suo momento della giornata. Aveva deciso di fare due passi anche per questo, voleva riempire la sua gobba della notte per affrontare la settimana di vita giornaliera che la attendeva.
A volte, anzi spesso, aveva la sensazione di non essere sola. Guardare il cielo notturno, osservare come le tenebre andassero a braccetto con la luce dei lampioni, come quel grande buio riuscisse a sposarsi con le minuscole lucine distanti miliardi di kilometri e che forse non esistevano neanche più, la faceva sentire accompagnata, osservata ma da qualcosa di benevolo, come fosse un’altra parte di sé che si prestava a farle da guardia del corpo, da angelo custode.
La mano destra andò a cercare nelle tasche della tuta, afferrò il rettangolo di plastica, lo estrasse. Con un movimento automatico, come di un muscolo involontario, il pollice premette il tasto centrale del suo cellulare mostrando l’ora.
– Oh cavolo, sono già le quattro e mezza.
Si girò e a passo spedito si diresse verso casa. Il suo sistema a triplice sveglia ce l’avrebbe fatta a farla alzare domani? Un mistero che solo il sole avrebbe svelato.

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