Il libro e la copertina: Frogbyte 2016

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E’ finita un’altra lan.
Questa volta l’esperienza è stata molto diversa, non tanto nei fatti quanto nel modo in cui l’ho affrontata.

Quando ho partecipato ai primi eventi live (il primo è stato 8 anni fa) mi sentivo di trovarmi nell’unico posto dove stavo con gente come me; esser cresciuto non conoscendo gamers come ero io in quel periodo mi faceva sentire abbastanza isolato nella mia passione e partecipare a tornei o eventi mi avvicinava alle persone con cui realmente passavo il tempo da casa. Vedevo i server di gioco e quelli vocali come moderni oratori dove poter stare a passare il mio tempo libero con persone, amici, con cui condividevo qualcosa che davvero mi piaceva, qualcosa che magari mi sono anche illuso potesse essere più di un gioco; senza dubbio io lo vivevo quasi come una professione.

In realtà vedevo che buona parte dei ragazzi che incontravo ai vari eventi in giro per l’Italia avevano sì questa passione ma la vivevano in maniera diversa, forse meno ossessiva, era una parte di loro della quale a volte si vergognavano in pubblico o che aveva un proprio ambito, una propria limitazione nella quale venire espressa, restando però sempre periferica. La mia spiegazione a ciò è stata spesso che loro non erano soli a dover affrontare questo inseguimento, vivevano in città dove incontravano loro simili per attività extra-ludiche.

E’ come se per questo motivo, questo dover affrontare da solo la mia passione, ero diventato più integralista, più concentrato, più fermo nel dedicarle tempo, nel curarla, nell’essere sempre proiettato a migliorare il mio gioco, a studiare, a imparare dagli altri, a trovare piccoli particolari che avrebbero potuto fare una grande differenza andando avanti.

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Il primo anno che ho partecipato a questo torneo in Fiera mi sentivo di entrare in un luogo totalmente amatoriale: non avevo alcun dubbio che con i miei compagni, che erano ancora acerbi, avrei vinto e avrei performato bene.
Col passare degli anni la competizione è diventata più difficile, il torneo più in risalto, l’evento più organizzato e meno amatoriale, i miei compagni sempre più bravi.

Per la prima volta quest’anno non mi sono sentito nel giusto mindset per giocare bene. Sarà l’aver iniziato un giorno dopo rispetto al solito, sarà il non essersi allenati, sarà la competizione un po’ più agguerrita e la qualità dei miei compagni di molto salita, ma per la prima volta a un evento non mi sono sentito a mio agio.

E non parlo delle persone che ho incontrato, che sono state tutte cordiali e positive, non parlo dei miei compagni e amici, che sono sempre affettuosi e buoni con me malgrado ricevano relativamente poco in cambio, credo, ma si trattava di qualcosa in me, come se fosse scattata una molla che non mi faceva stare bene a giocare.
Mi sentivo poco a mio agio nella posizione sulla sedia, poco a mio agio nell’ambiente, poco a mio agio nelle mie decisioni o pathing in game, poco a mio agio nella scelta del personaggio da giocare, poco a mio agio con la mia performance. Ma ancor di più mi sono sentito poco a mio agio nella passione per i videogiochi, passione che in me continua in maniera sempre diversa, che evolve di anno in anno, che mi fa apprezzare a volte il guardare gli altri giocare più che il giocare io stesso, che a volte mi rende più piacevole giocare per divertimento che con organizzazione e pianificazione, che in certi casi mi fa preferire il dosarla anziché il fare full immersion come in passato.

Mi sono sentito fuori luogo per qualche motivo, come se il mio focus, il mio desiderio fosse concentrato da un’altra parte, come se non fossi preparato, non mi fossi reso conto di essere giunto a quel periodo dell’anno in cui mi preparo con i miei compagni, mi trovo con loro e cancelliamo tutti i dubbi che abbiamo avuto gli uni sugli altri, cancelliamo un anno di contatti telematici e saltuari, cancelliamo tutto e facciamo spazio a un affetto che va al di là dei nostri difetti caratteriali. In realtà proprio questo ultimo aspetto mi è piaciuto: non mi interessava più che il legame tra noi fosse il gaming ma mi interessava che dopo ogni insulto, dopo ogni urlo, dopo ogni problema ci si guardava e ci si sorrideva, si pianificava un futuro in cui non si doveva aspettare un altro anno a vedersi o a giocare assieme.

Forse una parte di me ha trovato, infine, il motivo del mio disagio e l’ha trovato a fine evento, mentre prendevo l’auto per tornare a casa: annusando l’aria fredda ancora carica di umidità e osservando le nuvole di un Pantone Cool Grey 5 C aprirsi lasciando spazio a uno stanco sole dalla luce mista tra il bianco e il blu mi son sentito bene. Poche ore dopo, mentre venivo via dalla pizzeria di Palse con mia cugina, era venuto fuori il nostro comune pensiero sul cielo e sulle montagne: il mondo è davvero bellissimo. E forse i due giorni di immersione nel mondo videoludico mi avevano fatto agognare un po’ il tuffarmi in un mondo meno tecnologico e più naturale, fosse anche per fare una passeggiata con Roy. O forse mostravo a me stesso, con più coscienza, che i videogiochi non sono più la mia strada: sono un bello svago, un bel modo di stare con i miei amici, ma non sono la cosa che inseguo. La cosa che inseguo è fuori da lì e sta nel mondo che mi circonda e nella gente che incontro.

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I due ricordi più belli di questo evento non comprendono la vittoria del torneo, per me.
Il primo è la passione con cui Ghift, pur non giocando con noi, ci ha seguiti e ci ha aiutati.
Il secondo è un sorriso di Branze dal tavolo di fronte: ogni anno dubito di lui, ogni anno mi fa innervosire e mi da la sensazione di non rispettare niente, e ogni anno quando lo incontro mi mostra un affetto che va oltre il resto, una cosa che per qualche motivo ci lega tutti e che mi fa capire, ancora una volta, quanto poco si riesca a dire del libro dalla copertina.

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