Il primo viaggio nel Paese delle Meraviglie

wonderland

Attraversando la porta di quella capanna mezza distrutta che assomigliava vagamente a un fungo dei puffi, con muri in mattoni grigi, ci si trovava su un piano rialzato, come se la terra stessa iniziasse dal secondo piano. Dove prima c’era la casetta ora c’era un grande albero che fungeva da abitazione: aveva grandi foglie obovate d’un verde che non sapevo neanche esistesse, così brillante e lucido, più acceso di quello delle piante in fioreria dopo un passaggio di spray. Il cielo che prima appariva grigiastro ora era molto luminoso e tutto l’ambiente era solare. Sia io che mio fratello avevamo attraversato il portale che sembrava avere un gemello in mezzo al giardino: due mezzi archi viola davano forma a una porta senza sommità e la cavità che si formava sembrava tappata da un velo di sapone, come una bolla piatta. Attorno a noi, lontane nello spazio ma vicine alla vista, torri di pietra con una terrazza coperta alla sommità venivano scalate da turisti che arrivando alla balaustra sentivano di aver terminato il loro pellegrinaggio.
Ritornammo nel mondo reale solo per fare un esperimento: tornare nel Paese delle Meraviglie senza l’uso di portali. Così ci fermammo davanti a ciò che restava del muro della casupola e cercammo di concentrarci su ciò che volevamo. Il tessuto della realtà si aprì poco a poco, come frame di due video diversi che si sovrappongono. Il grigio dei mattoni iniziava a strapparsi mentre il grosso tronco dell’albero casa dalle foglie grandi si faceva strada con le unghie e ci trasportava nella nuova, luminosa dimensione. E senza il bisogno di alcun coniglio bianco.

Qualche ora dopo essermi svegliato mi sono ricordato di come questo sogno avesse dei punti di contatto con un altro sogno, vissuto l’anno scorso. Entrambi avevano lasciato qualcosa in me. Forse quest’ultimo viaggio era stato meno persistente di quello passato, ma i due erano collegati in qualche modo: era un’affermazione.
Quando un anno fa mi trovai in quella enorme grotta, in un’aria che per proprietà fisiche sembrava quasi acqua, e dovetti affrontare quei due enormi draghi la mia fiducia in me stesso era arrivata all’apice. Scoprire che solo credendoci, solo volendolo si potevano materializzare le cose che mi servivano fu una scoperta che cambiò tutto, sicuramente per i giorni a seguire.
Scoprire ora di poter viaggiare nello stesso modo è stato forse meno potente ma mi è rimasto incollato addosso in qualche angolo che non riesco a grattare.

the_dragons_cave

Mi torna in mente una frase di Coelho all’interno di un libro fondamentale della sua opera: “Quando desideri una cosa, tutto l’Universo cospira affinché tu possa realizzarla.”
E la cosa ha ancora più senso perché noi siamo parte dell’Universo, il cosmo è in noi non solo dal punto di vista filosofico o spirituale, ma anche dal punto di vista fisico. Quando crediamo fortemente in qualcosa, e vogliamo fortemente qualcosa, e lo dichiariamo l’Universo ci obbedisce, ci aiuta. Cosiccome al contrario. Per me si lega a doppio filo la citazione biblica “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.”

Mi ricordo che una volta Vissaeus disse ad Alex che era assurda la forza delle nostre menti, costantemente concentrate nel mantenere in ordine così tanti dettagli fisici del nostro mondo e neanche ci accorgiamo di quanto stancante, sfibrante sia. Ogni libro, ogni soprammobile, ogni muro, ogni cosa.

Stavo ascoltando una canzone ieri pomeriggio che per me ha avuto un messaggio un po’ diverso e che mi ha ricordato il sogno della capanna. Il primo ritornello diceva che “Nell’aria c’è un vuoto che riempirò con le parole”. Il problema delle parole è che non riescono a esprimere tutto, anzi sono molto limitanti. E L’aura se ne accorge e ci dice, nel ritornello successivo, che “Nell’aria c’è un vuoto che riempirò con l’emozione”. Per me è un terzo aspetto del processo iniziato nella grotta dei draghi.
connection

Riuscire a sviluppare appieno ciò che siamo, ciò che è il nostro collegamento con gli altri e con l’Universo, passa proprio dal riuscire a comunicare e trasmettere appieno ciò che proviamo, perché solo attraverso le emozioni, attraverso l’esperienza, arriva appieno il messaggio. E questa unione con il circostante passa anche attraverso la consapevolezza del fatto che noi e il resto siamo una cosa sola, che ci condizioniamo a vicenda anche se inconsciamente, che ci aiutiamo a capirci l’un l’altro: se avessimo più fiducia in noi e più coscienza del nostro potere di co-creatori riusciremmo a materializzare ciò che vogliamo e a non dover usare mezzi per viaggiare, ma semplicemente trovarci in quel posto, in quella dimensione, perché siamo già lì in quanto qualcosa esiste lì e quel qualcosa è una parte di noi.

Ed ecco perché esistono i sogni. Perché così possiamo parlare con noi stessi sinceramente, senza che la mente ci leghi i pesi ai piedi, e possiamo vedere cosa saremmo in grado di fare se dimenticassimo ciò che sappiamo.

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *