La scoperta della vita

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Quando ero piccolo avevo l’impressione di riuscire a capire, guardando una persona, che squadra di calcio tifasse. Diciamo che avevo una buona accuratezza, pur non essendo un appassionato. Crescendo questa cosa si è trasformata nell’immaginare come i ragazzi e i bambini sarebbero stati da adulti, sia come sembianze che come carattere, a volte come lavoro.
In generale ho spesso cercato di vedere qualcosa in più, un modo di arricchire l’esperienza dell’incontrare qualcuno aggiungendo significato, qualcosa che lui non dice.
Questo processo mi ha dato l’illusione, probabilmente, di conoscere meglio chi mi sta intorno, conoscere meglio la loro storia o il loro cuore.

Da bambino ho avuto spesso il dubbio che gli altri fossero robot e che vivessi in un grande Truman Show. Anche oggi non sono sicuro di chi sia umano e chi no, ma allo stesso tempo è cambiato qualcosa e si è rafforzato negli ultimi anni. Molto di questo è dovuto al fatto che ho scoperto gli occhi. Ho sempre avuto l’impressione che se guardi il corpo di una persona, con tutti i dati che ti invia, sembra sempre qualcosa di schematico per certi versi, qualcosa di sì personalizzato ma molto..impersonale allo stesso tempo. E’ come se quella fosse la sfera pubblica, la facciata (e lo è, di fatto). Ma quando guardi gli occhi di una persona, o di un animale, vedi qualcosa di più: vedi una vita.

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La citazione è stata sfinita da troppe ripetizioni, “gli occhi sono lo specchio dell’anima”; è una delle cose date per scontate. Ma gli occhi degli altri danno una visione immensa su un sacco di processi, un sacco di emozioni, di cose sia temporanee che permanenti ma, più importante di tutto, vedi che lì dentro c’è una coscienza, una vita, qualcosa che sta facendo esperienza di quella situazione, che è coinvolto emotivamente, qualcosa che ha delle speranze, un passato, una missione.

Quando si scopre la magia e il complesso che si cela dietro gli occhi, il fatto che ci sia un altro te all’interno di quella persona, si aggiunge la chiave di decrittazione a tutto il resto: i movimenti del corpo, gli atteggiamenti, la voce, il lavoro, le frasi, i silenzi, tutto diventa sensato, diventa un’espressione attiva e costante di stati d’animo, condizionamenti, speranze. Perché ripeto speranze e stati d’animo/emozioni? Perché sono le due cose che più mi colpiscono e considero nel guardare gli altri. Ogni volta che qualcuno fa qualcosa, se sto prestando attenzione, lo ricollego a queste due espressioni: le speranze che uno ha, dalle quali dipendono la sua felicità e il suo intento, e il suo stato emotivo, da cui dipende il suo comportamento, la sua lucidità.

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Chi mi conosce sa che mi arrabbio molto di rado e se accade è per molto poco: il motivo sta proprio in questo ultimo paragrafo. Quando gli altri fanno qualcosa che di norma mi farebbe arrabbiare c’è un meccanismo che previene la cosa, una sorta di comprensione dello stato alterato e del grilletto che ha azionato quell’azione. Non si tratta di una giustificazione, io non giustifico, non do ragione, ma capisco ed evito di avere, se riesco, una risposta emotiva e di scontro.
Ed è fondamentale non giustificare sia per rispetto dell’altro (facendolo notare magari in un momento di minor affanno, si può aiutare a migliorare) sia per rispetto di sé stessi (la nostra felicità e serenità sono fondamentali, per noi e per rendere felice chi ci sta intorno).

Ci sono altre tre cose che cambiano la mia percezione degli altri.
La prima è il loro sorriso: ci sono persone che non necessitano per forza di essere modelle/modelli ma che quando sorridono illuminano il loro volto e irradiano un’energia davvero positiva, che fa star bene. La seconda è proprio l’aria che si portano dietro gli altri: non con tutti succede, ma ci sono certe persone che hanno attorno qualcosa di fortemente pesante o fortemente leggero che condiziona lo stato d’animo di tutti intorno a loro, anche con la loro sola presenza.

La terza cosa è l’espressione (anche se forse racchiude tutto il resto). Non parlo solo dell’espressività facciale, che penso di inserire a metà tra il sorriso e la comunicazione del corpo, parlo proprio di come alcune persone esprimano sé stesse nelle proprie opere, siano esse artistiche o quotidiane. C’è un sacco di significato in ogni singola cosa che una persona fa: dal non rimettere via con cura qualcosa che si è utilizzato al fare invece un piccolo sforzo extra per sistemare un oggetto fuori posto, dal condividere con gli altri qualcosa di divertente o di informativo all’isolarsi, dall’ascoltare una canzone in macchina all’uscire per fare una passeggiata. Tutto è una costante comunicazione di ciò che siamo. E a me fa letteralmente impazzire vedere, notare (perché sempre si parte dal dover prestare attenzione ed essere interessati) un’estrema gentilezza in piccoli atti, un’espressione di sensibilità e di cura e interesse verso ciò che si fa e ciò che esso rappresenta per gli altri. Ovviamente l’espressione artistica è ancora più chiara per certi versi, ma non sempre mi è facile come decifrarla. La cosa bella è che dietro un’opera espressiva c’è sempre un pensiero, una visione, un processo che ha portato la persona a voler imprimere qualcosa di proprio, in maniera cosciente, sul tessuto della realtà.

Ma tutti questi particolari fanno parte del disperato tentativo di comunicare e condividere sé stessi, un tentativo isolato ma collettivo che plasma il nostro mondo, la sua energia e la sua luce (sia bianchissima che ingrigita), il suo rumore e la sua forma stessa. Probabilmente se riuscissimo a sforzarci, a spendere un po’ di energia nell’ascoltare gli altri come vorremmo che loro ascoltassero noi, che spesso da questa nostra esigenza parte tutto, troveremmo molte più soluzioni ed elimineremmo molti più conflitti. Ci sentiremmo, infine, più uniti.

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