Locali vuoti

Penso che il primo impatto più cosciente, quello che poi ci fa trattenere questa strana visione, avvenga durante gli anni di scuola. Un giorno, per qualche motivo, devi fermarti un pomeriggio, o magari solo un’ora in più degli altri: un rientro, un dopo scuola, un torneino scolastico, il corso per il patentino.
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L’hai sempre vista colma, rumorosa, affollata. Vedere il corridoio vuoto, l’aula muta, riuscire a vedere il piano da un estremo all’altro, fa un effetto strano: ti fa sentire vuoto e ripieno allo stesso tempo. E’ come ti scavasse nello stomaco con la paletta da gelato, ti grattasse le pareti del ventre. Si crea un rapporto unico con le mura di quell’edificio che la mattina maledici e nel quale, comunque, riponi la speranza di vedere quella bella ragazza dell’altra sezione, di giocare quella partitella di calcio a ginnastica, di scoprire qualcosa di nuovo. Solo tu stai vivendo quel momento intimo e unico con le aule tappezzate di cartelloni e mappe, con le pareti tinte di verde fino ad altezza uomo, con le scalinate vuote e larghe. Tu e la scuola state condividendo un’esperienza e lei ti ricolma dei sentimenti lasciati, le storie trascorse negli anni, le speranze soddisfatte o perdute, le vite delle persone che hanno calcato quei pavimenti. Un po’ ti senti speciale a viverlo, un po’ senti di volerlo condividere con qualcuno, vorresti che quella situazione speciale fosse resa anche migliore, come accade nei cartoni animati giapponesi. Il vuoto di quelle stanze ti permette di riempirle della tua immaginazione, del tuo nuovo film mentale, del tuo inedito ed intimo romanzo. Le pareti ascoltano i tuoi pensieri, trattengono la loro idea e la uniscono ai sentimenti di tutte le persone che, prima di te, hanno vissuto in quella struttura, ne fanno tesoro per condividerli con chi, dopo di te, ancora scoprirà la bellezza di un edificio vuoto.

"e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante"

“..e il circostante non è fatto soltanto di nostri simili, direi che è fatto di tutto l’universo: dalla foglia che spunta di notte in un campo fino alle stelle. E ci si riesce ad accordare meglio con questo circostante..”
Fabrizio De Andrè


Quella prima, segreta, solitaria esperienza ti rimane dentro. Così un giorno ti attardi al lavoro, o sei l’ultimo in doccia in palestra, o la casa è deserta perché tutti son via, e ritorna. Ha una faccia che non riconosci subito, i lineamenti sono un po’ cambiati, il crepuscolo agisce nelle tue viscere e ti ritrovi, ancora, ad ammirare quella bellezza: silenziosa in una maniera che fa esplodere i timpani, solitaria in una maniera mista tra lo splendido e lo spaventoso, segreta come i sentimenti che ti si attorcigliano dentro e dedicata, per un momento interminabile, solo a te. E per quel momento interminabile, solitario e segreto senti scorrere dentro di te il circostante: anche te sei le pareti, anche te sei i corridoi, anche te sei le foglie che il vento ha spinto attraverso il portellone posteriore del magazzino, nelle tue vene scorre l’acqua dell’acquedotto, sulle tue dita si è appoggiato, silenzioso, l’ultimo passero del pomeriggio. In quel momento interminabile sei connesso a tutto il resto.

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