Chi si accontenta gode..così così


Chi si accontenta gode..così così, diceva giustamente Ligabue.
Ci sono un sacco di situazioni nelle quali ci accontentiamo, dalle più banali come la situazione lavorativa, la nostra relazione affettiva, i nostri risultati, a quelle più profonde e radicate, cioè l’accontentarsi di come siamo noi.
Quest’ultima mi preme particolarmente ed è, credo, la radice di una buona percentuale delle altre, più superficiali. Tutto nasce secondo me da due cose: la mancanza di analisi di sé stessi, intesi come tutto ciò che facciamo, come reagiamo, come ci sentiamo, e la rassegnazione pigra di ciò che siamo. La prima è dovuta, secondo me, a una paura di base che è quella di realizzare che non siamo ciò che vorremmo essere, che non siamo come ci vediamo. Questo torpore è difficile da smuovere perché ci spaventa e anche la minima apertura di senso verso una visione più profonda del nostro funzionamento ci fa spaventare come il fissare l’abisso. Semplicemente spesso non siamo pronti, o meglio, non ci sentiamo pronti. La seconda è, invece, concretizzata in un paio di frasi che personalmente mi fanno impazzire: “Sai come sono fatto”, “Sono vecchio, ormai non cambio più”, “Sono fatto così”. A queste frasi magari si aggiungono altre scusanti, come il fatto di aver vissuto situazioni particolari, traumatiche. A differenza di molte volte, qui ho un’opinione decisamente ferma: da quando realizzi o diventi conscio delle tue caratteristiche, non hai più scuse. Da quando sai come sei, il tuo essere in una certa maniera diventa una scelta. Il che forse è uno dei motivi per i quali si schiva l’analisi di sé stessi: se sai che qualcuno, per esempio, sta facendo qualcosa di illegale ti senti complice a non fare qualcosa e quindi preferisci non saperlo o far finta di niente; così noi ignoriamo noi stessi per non dover reagire. E ciò vale in ogni ambito, in quanto il nostro potere è illimitato (o meglio, autolimitato).

Frasi come “Sono vecchio, ormai non cambio più”, “Avrei dovuto pensarci anni fa”, o vari accontentamenti per situazioni che non soddisfano i nostri desideri ma che “..eh, ormai” sono penso le peggiori forme di auto-indulgenza. Come possiamo permetterci di arrenderci con noi stessi, come possiamo concedere a noi stessi o a fattori esterni, come persone, lavori e altro, di decidere che per noi le porte sono chiuse, che ciò che vogliamo non possiamo raggiungerlo. Come si fa ad accettare di non farcela, di farci dire dagli altri o da quella faccia pigra di noi che cosa possiamo o non possiamo fare?
Mi fa uscire di testa il solo pensiero di accontentarmi, di aver preso una strada e di non poterla lasciare, di rubare tempo a me stesso e agli altri per qualcosa che non sia 100% ciò che voglio o che non sia la base, un gradino di un percorso per raggiungerlo. E qui si entra anche nel campo delle relazioni: stare in una relazione “perché stiamo assieme da tanto” o perché si ha paura di restare soli, o in generale accontentandosi per mancanza di alternative è una cosa semplicemente squallida. Voi vorreste mai che qualcuno si “accontentasse” di voi? Non credo proprio. Ogni relazione, non per forza amorosa, è un investimento in risorse che non tornano, dal tempo alle emozioni, dall’energia al, perché no, denaro. Se quella relazione, o quell’attività, non ha la possibilità di essere ciò che vogliamo sia, se non ha almeno l’embrione di ciò che funziona per noi, perché rubare tempo ed investimenti agli altri e a noi stessi? E’ vero, ogni situazione fa parte di un percorso di crescita individuale condiviso, almeno per alcuni passi. Ogni situazione che ci si presenta è strumentale alla nostra crescita, debba essa avvenire attraverso la sua esplorazione o il suo rigetto. Bisogna riuscire a capire quando qualcosa non serve più alla causa. E non è egoismo o cinismo, come può sembrare, è al contrario rispetto di sé stessi e degli altri: rubare tempo ed energie a persone e situazioni oltre che a sé stessi è molto più egoistico che essere onesti e andare avanti con il proprio percorso evolutivo individuale. Lasciando quel lavoro si permette a qualcun altro di fare un’esperienza prevista nella sua crescita, allontanandosi da quella relazione esauritasi si permette a entrambi di fare nuove esperienze in sé e con altri, di non perdere altre occasioni, riuscire a terminare un ciclo permette a tutti gli agenti ed al ciclo stesso di evolversi, imparare, migliorarsi e di aprirsi a nuove opportunità ed esperienze.

Vi è poi un’altra questione spinosa nel miglioramento e nell’accontentarsi, che un po’ traspare anche da quanto scritto sopra: accontentarsi dei limiti degli altri o permettere agli altri di accontentarsi dei nostri limiti. A volte si legge in giro “if i’m wrong educate me, don’t belittle me” (“Se sto sbagliando educami, non sminuirmi”). Questo è il pianto finale di chi non vuole che si getti la spugna con lui: tutti abbiamo il diritto, se vogliamo, di provare a imparare e migliorare. Ogni tanto mia madre mi ha ripreso su questo punto, nei pochi anni svolti da allenatore: non ci si deve accontentare dei limiti degli altri (o dei propri), bisogna fare il possibile per superarli, per avere il massimo possibile da sé stessi e dal mondo. E quando la situazione si esaurisce, passare alla prossima esperienza, avendo tratto tutto il possibile, con la massima solidità e malleabilità.
Io non voglio accontentarmi di fare qualcosa che non sia un gradino verso la mia realizzazione, che non scolpisca in me un miglioramento. Io non voglio permettere a me stesso, in primis, di accontentarmi di quello che sono, in nessun aspetto. Che non significa giudicarsi duramente, non significa non avere coscienza dei propri limiti, significa fare di tutto per superarli, per sbloccarsi, per apprendere tutto ciò che si può apprendere da ogni situazione, ogni creatura, ogni attimo. Mi ricordo ancora di quando passavo giornate intere a giocare ai videogiochi: penso si contino sulle dita di una mano le partite svolte senza l’intento di migliorare e lavorare su qualcosa, come penso si contino sulle dita di una mano le sessioni di tiro a basket dove non abbia seguito un metodo per cercare di migliorare qualcosa, foss’anche un particolare che percepivo solo io, dall’interno. E non è mai troppo tardi per decidere di lottare per il miglioramento di sé stessi. Non progredire e arrendersi è un delitto verso di sé e verso l’Universo intero, che perde un essere divino, un potenziale superumano.

Io non ho alcuna intenzione di accontentarmi di qualcosa che non mi permetta di progredire, di permettere a me stesso di non utilizzare le esperienze che faccio, anche quotidianamente, per imparare ed evolvere in qualcosa di meglio di ciò che sono ora. Ho molta stima del me attuale, ma accontentarmi è fuori questione.

Ogni cosa, ogni futuro, è solo a una scelta di distanza.


Doris Lessing “C’è un solo peccato, convincersi che la seconda scelta sia altro che la seconda scelta”;
Fëdor Dostoevskij “Vedi, è stato solo perché non sono uno che accetta mezza felicità, ma l’ha sempre voluta tutta”;
Israelmore Ayivor “I leader non si accontentano. Quando lo fai, derubi l’umanità di ciò che saresti tenuto a recapitare!”;
Og Mandino “La maggior parte degli esseri umani, a vari livelli, è già morta. In un modo o nell’altro hanno perso i loro sogni, le loro ambizioni, il loro desiderio di una vita migliore. Si sono arresi nella battaglia dell’autostima e hanno compromesso il loro gran potenziale. Si sono accontentati di una vita di mediocrità, giorni di disperazione e notti di lacrime. Non sono altro che morti viventi confinati nei cimiteri della loro scelta. Eppure non sono costretti a rimanere in questo stato. Possono essere resuscitati dalla loro condizione penosa. Ognuno di loro può compiere il più gran miracolo del mondo. Ognuno di loro può tornare dal regno dei morti”.

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